Una risposta tanto attesa
In un momento di grande attesa, la Commissione europea, guidata da Ursula Von der Leyen, ha scelto di non emettere una legge vincolante contro le pratiche di conversione nell’Unione Europea. Nonostante le forti pressioni, l’UE ha optato per una raccomandazione non obbligatoria prevista per il 2027. Questa scelta ha deluso molti, considerando che oltre 1,2 milioni di cittadini europei avevano richiesto un divieto ufficiale. Le pratiche di conversione, che spaziano da interventi psicologici a cure farmacologiche, sono viste dalle Nazioni Unite come trattamenti assimilabili alla tortura, causando gravi danni psicologici.

La situazione in Europa: dati sconcertanti
Un dato sorprendente emerge dalle statistiche: circa una persona LGBTIQ+ su quattro in Europa ha subito pratiche di conversione. In Italia, la cifra si attesta su circa una su cinque. Questi numeri evidenziano una realtà inquietante, soprattutto se consideriamo le severe critiche della comunità scientifica e delle organizzazioni per i diritti umani su tali pratiche. Eppure, nonostante le denunce e gli inviti all’azione, la decisione della Commissione è stata di non istituire un divieto a livello comunitario.
ILGA-Europe e la strategia della raccomandazione
Mentre le pressioni per una legge vincolante erano molteplici, ILGA-Europe ha sostenuto, seppure con riluttanza, l’approccio della raccomandazione. Questo per paura che una direttiva vincolante potesse essere bloccata al Consiglio dell’UE dai governi conservatori o di estrema destra. Tuttavia, l’associazione continua a richiedere una azione coordinata europea e maggiori protezioni per le vittime. L’obiettivo è chiaro: garantire che questi trattamenti inaccettabili non restino impuniti.
La situazione italiana: un cambiamento necessario
In Italia, la libertà nel non vietare le pratiche di conversione continua senza alcuna ripercussione legale. Come afferma Mario Colamarino, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, “I diritti umani non dovrebbero essere opzionali. Questa affermazione sottolinea l’urgenza di un cambiamento normativo, evidenziando l’inaccettabile realtà in cui, nel 2026, esistono ancora metodi che mirano a “correggere” l’orientamento sessuale o l’identità di genere.
Il futuro dei diritti LGBTIQ+ in Europa
È chiaro che i prossimi anni saranno cruciali per la protezione dei diritti delle persone LGBTIQ+ in Europa. Senza un quadro normativo chiaro e vincolante, il rischio è che le pratiche di conversione continuino indisturbate in molti Stati membri. La raccomandazione prevista per il 2027 sarà un banco di prova per valutare se le promesse di un’Europa più inclusiva possano essere realmente attuate. Le comunità e le organizzazioni per i diritti umani dovranno continuare a fare pressione sulla Commissione e sugli Stati membri per garantire che le parole si traducano in azioni concrete.
Verso un’Europa più giusta
Il dilemma delle pratiche di conversione resta un nodo cruciale nella lotta per i diritti umani in Europa. Se l’UE vuole realmente presentarsi come un baluardo di inclusività e rispetto dei diritti, dovrà adottare misure concrete oltre le semplici raccomandazioni. Solo così potremo vedere un’Europa in cui tutte le persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale o identità di genere, siano rispettate e protette.
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